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Il Parco Horcynus Orca nasce, nel segno e nel nome del romanzo di Stefano D'Arrigo, sulle propaggini estreme della Sicilia e della Calabria, isola e continente divisi e legati da quel mare che da una riva rimanda all'altra il suo nec sine te nec tecum vivere possum.
Lo spazio del Parco Horcynus Orca è quello in cui si rinnova l'abbraccio, amoroso e tormentato, tra il due mari e le terre del Peloro. D'Arrigo li nomina con una parola, una delle sue innumerevoli che ne legano due, scill'e cariddi, e, in questo doppio del nome, che è doppio di spazio e di tempo, di uomini e luoghi, come tagli di rema nello Stretto, mito e cronaca, tempo remoto e tempo presente, superficie e abisso, memoria e oblìo, compongono quella geografia fantastica, eppure assolutamente reale, che si dà in arte e scienza, poesia e storia. Quindi, non solo spazio 'fisico', spazio mentale e spazio 'tragico', arricchito, ma anche gravato, di millenari simboli, archetipi, mitologie che altri prima di D'Arrigo, da Omero in poi, hanno vissuto, e narrato, che altri narrano e narreranno, ma che nella sua opera trova una peculiare fisicità e quella voce unica, horcyniana che s'annunciò in Codice poetico nei prati ora in cenere d'Omero.
 
"Viviamo in un'isola come in Eliso,
con un gallo che ci porta la luce
nel becco come preda di delizie.
Insieme palpitiamo in un paese
che ciascuno riconosce come suo,
per un albero, il disegno d'un cuore,
un antico pensiero del paesaggio,
panorama a ricordo dal balcone.
(...)
Qui, dove m'assomiglio, in patria,
sui prati, ora in cenere, d'Omero,
io da una guerra reduce, e da quante
un gran figlio mi ricorda mia madre,
perduto con lo scudo o sullo scudo,
desidero tornare spalla a spalla
coi miei amici marinai che vanno
sempre più dentro nei versi, nel mare.
(S. D'Arrigo, Codice Siciliano, Milano 1978, pagg. 44, 45)
 
I luoghi della geografia darrighiana, si dilatano oltre lo Stretto verso il continente e dentro l'isola ma, anche quando la guerra è alle spalle, si aprono ai passi del protagonista in paesaggi e figure di rovine: straviate lassopra le femminote, tutti i maschi morti, lo Stretto stesso ingombro di cadaveri durante la traversata. Il viaggio di ritorno di 'Ndria Cambria, da Napoli a Cariddi, nei primi cinque giorni dell'ottobre del '43 è un passaggio, come scrive G. Alfano, dalla guerra alla guerra.
 
'Ndrja Cambria vedeva così la notte, una notte doppiamente tenbrosa, per oscuramento di guerra e difetto di luna, rovesciarsi fra lui e quell'ultimo passo di poche miglia marine che gli restava da fare, per giungere al termine del suo viaggio: che era Cariddi, una quarantina di case a testaditenaglia dietro lo sperone, in quella nuvolaglia nera, visavì con Scilla sulla linea dei due mari.
(S. D'Arrigo, Horcynus Orca, Milano 1975, pag.8)
 
Ma non sarà lo stesso villaggio, che intravede dal paese delle femminote, quello a cui andrà incontro nel ritorno; quel villaggio non c'è più, è devastato in ciò che aveva di più profondo, il patto che teneva salda una comunità nel codice del mare.
Quella che fu acquatica rivelazione per Colapesce, colonna incrinata e fuoco dagli abissi, minaccia di natura, per 'Ndrja Cambria sarà inesorabile destino generato dalla storia. E non è un caso che i giorni del suo ritorno coincidano con quelli del ritorno dell'Orca nello Stretto.
 
(...) circa alla stessa ora in cui 'Ndria tornava di tanto lontano alla 'Ricchia, a qualche miglio da lì, in Tirreno, nelle profondità della mezzeria dello scill'e cariddi, dove poggiava sommerso nella lava fredda e nera del suo sonno, un gigantesco, misterioso, inimmaginabile animale, cominciava la poderosa operazione del suo risveglio e riassommamento.
(...) Era l'Orca, quella che dà morte, mentre lei passa per immortale: lei, la Morte marina, sarebbe a dire la Morte in una parola.
(S. D'Arrigo, Horcynus Orca, op. cit. pag, 720-721)
 
 
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